Racconto del Mese
Il parlamento fluttuante
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E in un momento così importante per il Paese voi vi lasciate andare a tali gesti inqualificabili?!" "Buffone, basta con le bugie!" si udirono molte voci.
"E' vero invece" risposero altre a lui favorevoli. Tutti si precipitarono alle finestre. Dai vetri si vedevano il cielo azzurro e le nuvole bianche come zucchero velato. Qualcuno aprì la finestra per rubare un po' di nuvole, ma i commessi si precipitarono a chiudere in fretta.
C'era il serio pericolo di precipitare giù. L'insolito evento calmò gli animi. "Non è possibile".
"Questo è il Parlamento non un set cinematografico." "Se voliamo, prima o poi cadremo, facendo una fine orrenda." "Sfortunato me, proprio quando ce l'ho fatta a diventare ricco mi tocca morire."
Pianti e grida di aiuto si levarono tra i banchi. Con strani amuleti fra le mani qualcuno pregava. Un vuoto d'aria fece cadere il Presidente steso sulla teglia e finì per sporcarsi anche il didietro.
"Chiamate l'esercito, la polizia, la marina, i vigili del fuoco, i militari, i paramilitari... tutti!" "L'abbiamo fatto signor Presidente, ma è inutile" "Come inutile?" "Siamo scollegati dal Paese, signor Presidente. Non abbiamo collegamento telefonico, nè internet. Niente, sia in uscita sia in entrata".
"Controllate le entrate!" Gridò il Presidente. Qualcuno dei suoi scappò verso la porta. "Non quelle, imbecilli" gli gridò lui. Allora quelli si misero a controllare le entrate del proprio conto corrente nell'anno e ne restarono tutti felici.
"Insomma! Le telefonate in entrata, intelligentoni" gridò ancora il Presidente. "Sta parlando ai suoi" borbottavano gli avversari. "Li riempie sempre di complimenti!" Furono in tanti a chiamare casa con i loro cellulari scollegati.
"Pronto, pronto... " "Rispondete, qualcuno risponda!" "Tu-tu-tu... tu chi sei? Non sai chi sono io? Tu-tu-tu a me?!" Tutti si erano girati verso il collega, aspettando una risposta. Vista la loro curiosità, si sentì in dovere di spiegare: "C'è una voce che mi da del tu e non sa dirmi altro, ma solo tu-tu-tu!"
Un collega vicino a lui gli prese il cellulare dalle mani, se lo mise all'orecchio e ... "Scollegato come gli altri" disse.

2 Non si sapeva da quanto stavano volando. Nessuno poteva chiamare e nessuno fu chiamato, come se fossero stati dimenticati dal loro mondo fatto di relazioni e interessi. Il Presidente, anche lui, cercò di fare le sue telefonate con i suoi 59 telefonini, tra cui qualcuno intestato a persone scomparse. Ma niente. Se fino ad ora le cose erano andate male, adesso si erano messe peggio. Un Parlamento senza Paese era una vera tragedia. Bisognava fare qualcosa. Fare... fare, fare qualcosa. Andare in bagno, per esempio, e non farsela addosso. Si alzò dalla teglia della torta quando uno schianto lo fece cadere di pancia su ciò che restava della torta. Molti si trovarono per terra sulla moquette o finirono tra i banchi. Qualcuno si ferì persino. Aiutato ad alzarsi da due commessi il Presidente domandò loro cosa era successo."Stiamo galleggiando adesso, signor Presidente" gli risposero. Sentendosi in dovere di fare il punto della situazione, il Presidente si alzò in piedi e annunciò: "Niente panico, signori, stiamo galleggiando". "Parla per te" rispose una voce dolorante. "Certo che parlo per me e per tutti. Finchè galleggiamo c'è speranza". Qualcuno battè le mani, l'ottimismo del Presidente tirava su il morale. "Sono sicuro che molti di noi per arrivare fino al Parlamento dei golosi sono stati maestri del galleggiamento e allora mettiamo la nostra esperienza al servizio della situazione." Non fece in tempo a finire che un onda irruppe con forza su una vetrata del palazzo. Molti corsero alle finestre, facendo inclinare il palazzo tutto da un lato. "Fermatevi tutti" si sentì una voce risoluta. "Ognuno ai propri posti! Se correte tutti da un lato ci ribaltiamo e affoghiamo. Così facendo finiremo in pasto ai pesci" quella voce sensata fece sì che gli altri lo ascoltassero senza fiatare. Qualcuno pensava di un gruppo di terroristi tra le loro fila. "Signor Presidente, scenda da quella teglia, per favore. Questo non è più un Parlamento, ma una nave e il comando di una nave va dato ai marinai". "Possiedo dieci barche a vela" rispose orgoglioso il Presidente. "Ma non ne sai governare neanche una" commentò una voce dal fondo. "Signori, è venuto il momento dei fatti, non più delle chiacchiere. Non ci sono le sorti di un popolo credulone, ma le nostre vite, in gioco. Chi ha avuto esperienza di navigazione, si faccia davanti!" "Non è giusto" rispose una voce. "Anche noi altri vogliamo dare il nostro contributo" disse il compagno di merende del Presidente. "Ma se siete tutti avvocati o commercialisti! La vostra professione è la promessologia. Non scherziamo qui, signori, il vostro vero mestiere lo potrete continuare a svolgere una volta a terra." In tre o quattro si fecero avanti, verso quella voce, mostrando la patente nautica come testimonianza. Offeso da tanto sgarbo il Presidente si ritirò tra i banchi dei suoi e non volle più parlare con nessuno. Solo ogni tanto diceva: "Senza di me sarà il caos. Senza la mia guida non riusciranno a fare un buco nell'acqua." Ma nessuno lo ascoltava.

3 Divisi i compiti, i marinai della situazione si misero al lavoro. Da una botola nel soffitto un commesso aveva alzato sul palazzo una bandiera bianca e lì era rimasto a svolgere mansioni di vedetta. In cielo si vedevano aerei volare; in acqua passavano vicino a loro, senza accorgersi di loro, navi da pesca o petroliere, che si lavavano le cisterne lungo il tragitto e scaricavano poi in acqua liquami e residui vari. Una nave piena di container rischiò di andare loro addosso. Non venivano segnati sui radar. La vita continuava anche se loro erano tagliati fuori. Venne la notte e con la notte il freddo. Sembrava che tutto fosse fermo e il palazzo non traballava più. Ognuno si era sdraiato per dormire alla meglio. Qualcuno diceva: "Con le leggi che abbiamo votato, nessuna nave ci darà soccorso. E se i nostri militari ci scopriranno, c'è il rischio che ci sparino addosso". Più nero della notte era il loro stato d'animo. Sembrava che non volesse fare più giorno. Regnava il freddo e il crepuscolo. Uno dei marinai volle uscire per vedere cosa succedeva. Legato con la vite americana tagliata nel cortile, uscì in avanscoperta, ma non prima di essersi assicurato che chi teneva il ramo non fosse del suo stesso partito, ma un onesto avversario. "Quando ho bisogno di voti, sto con la gente del partito; ma se devo affidare la mia vita a qualcuno... " furono le sue parole, prima di uscire dalla porta del palazzo. Un vento gelido lo salutò. Andò a destra e a sinistra delle mura per notare lo stesso fenomeno. Ritornò dentro scivolando su lastre di ghiaccio. Il vestito imbiancato dal gelo, i baffi e le sopracciglia congelati. Rientrò in Parlamento come se fosse un fantasma. "Chi è, chi è? Cosa è successo?" si chiedevano curiosi i colleghi. "Parla, cosa hai visto?" si senti una voce sulle altre. "Siamo al Polo nord, incastrati fra i ghiacci" rispose il poveraccio tutto tremante. Mentre i baffi e le sopracciglia si scongelavano. A qualcuno sembrò che piangesse. "Ah, che ne sarà di noi!" disse uno con gli occhi rivolti al cielo. "Moriremo, moriremo tutti. Di fame e di freddo o in pasto agli orsi polari." Il ruggito di un orso fece muovere l'aria della sala. "Sono già qui! Siamo spacciati!" Fu lo scompiglio generale.

4 "Silenzio tutti!" gridò il primo marinaio. "State calmi! Qui siamo al sicuro. Abbiamo costituito un servizio di ronde per la sicurezza di tutti." Quando spuntò il sole artico, molti dei golosoni incollati alle finestre videro gli orsi polari intenti a cacciare foche, del tutto indifferenti a loro. Forse i raggi solari riuscirono a riscaldare l'aria giusto quel poco che serviva per liberare il palazzo dalla morsa del ghiaccio, poichè una corrente veloce li trascinò via. In men che non si dica, riuscirono a passare lo stretto di Bering e finirono in balìa delle onde gigantesche dell'Oceano Pacifico del Nord. Onde potenti irrompevano sulle persiane chiuse delle finestre, sulle vetrate del soffitto. Schizzi d'acqua infiltratisi dai vetri mandati in frantumi avevano bagnato tutti i golosi, che tremavano dal freddo e dal mal di mare. Sempre la stessa corrente li trascinava verso acque più calde e onde più basse. Quando una voce dal soffitto interruppe nel silenzio tombale. "Terra, terra, a dritta!" Grida di giubilo salutarono quelle speranzose parole. Molti si avvicinarono alle finestre per meglio vedere. "A quali terre stiamo approdando, marinaio" domandò una voce. "Alla terra dei cannibali" rispose una voce beffarda. "Potrebbe essere" rispose il marinaio. "Siamo nel bel mezzo dell'Oceano Pacifico. In qualche isola sperduta, neanche segnata sulle mappe." Più si avvicinavano e più s'ingrandiva la costa, coprendo quasi tutto l'orizzonte. Stavano quasi approdando quando si sentì una voce chiamare. "Presidente, prepàrati. Stiamo arrivando nella mia città, la riconosco dalla spazzatura. Siamo mancati solo pochi giorni e l'hanno fatta arrivare al mare la monnezza! Dove va questo popolo senza di noi? Verso la rovina va, te lo dico io, Presidente." Ma il palazzo continuava a farsi largo tra i rifiuti, fino a finire nel centro di quella spazzatura. Le correnti dei mari e degli oceani avevano trascinato lì tutto ciò che galleggiava. Le dimensioni di quell'area erano uguali se non più grandi del loro paese di partenza. Galleggiavano e nel galleggiare, rassegnati ormai, speravano in un aiuto che non sarebbe arrivato.

Novembre 2010
Çlirim Muça