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Asciutti sono i miei occhi e non sventolo più addii; le mie lacrime esaurite. La gioia e il pianto le ho avute in dono in abbondanza e per poco tempo. Il tutto che mi sommerge
e il niente che mi accompagna sono il mio destino. Non c’è una giusta misura delle cose. La vita non è una linea dritta ha i suoi alti e bassi che nel mio caso sono abissi.

Complice questo cielo di latta dalle spire della malinconia mi sento soffocare
Abbandonato come un sasso lanciato nel fiume
L’acqua che scorre mi leviga ma non penetra
il cuore di pietra
Sogno il lancio della mano ignota la felicità del breve volo

Un muro di cristallo mi divide dalla gente Mentre scrutano ombre vedo i loro volti impauriti Solo la morte potrà rompere il trasparente separé colmare l’abissale solco
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Non ho paura per me ma per quelli che lascerò dietro. Il dolore procurato ai miei figli lo porterò come un peso; specie se piccoli. Tutto ciò che lascerò a metà sarà perduto. Compiuta o incompiuta che sia
la mia opera rimarrà insignificante. Forse mi dispiacerà anche per i pomodori nell’orto o per l’uva che nessuno raccoglierà quell’anno. Non per i gerani nel cortile ai gerani ci ha pensato sempre mia moglie.

Vedo la tua impronta il temuto sigillo sul mio cuore
Il tuo mignolo mi potrebbe annullare piccolo mi faccio nella tua grandezza
Ti bramo e ti temo
Poiché troppo vicino
non scorgo la tua presenza
Più fortunati i patriarchi quando tuonavi e usavi il linguaggio dei fulmini
Il bisbigliare non s'addice a dei cuori sordi
Tremante di paura barcollo nel buio cercandoti

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