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Collana: I Poeti Sommersi
Alberto Figliolia "Diapositive d'Immortalità"
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© 2008 Albalibri Editore 101 Pagine - € 10,00 ISBN 88-89618-54-x ISBN 978-88-89618-54-7
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Riccioli d’oro riflettevano gli ultimi raggi del sole al tramonto. Un bimbo seduto immobile sulla riva, dove il torrente formava una limpida pozza… pluff, pluff, pluff… uno dopo l’altro i sassi scomparivano affondando, in un gioco estenuante, ipnotico, che durava un intero pomeriggio.
Con il suo scomparire, ogni sasso, generava i cerchi nell’acqua, che nascevano piccoli, e morivano grandi, allargandosi sempre più, fino a dissolversi nel nulla di una superficie che tornava perfettamente piatta e lucente. Inutile gioco, frustrante. Ma il bambino non riusciva a smettere.
Sembrava che di quel gioco vivesse, che quel gioco fosse della sua vita futura l’inconscia proiezione. Ora, dicono che i poeti, per esser tali, conservino l’ingenuità infantile, la primordiale purezza, e soltanto così possano incidere in versi gli struggenti squarci di malinconia e rimpianto, per tutti
quei cerchi-anni che si rincorrono fino ad annullarsi in una corrente assai più grande, misteriosa e universale.
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I poeti non costruiscono dighe, non vogliono e non possono, fermare lo scorrere del fiume, poiché l’acqua ferma diventerebbe ben presto torbida, e come potrebbero, loro, coglierne
i riflessi vitali, ancorché fuggitivi? Ma poi? Oltre. Anche.
Ci sono i Poeti Maledetti. Quelli che se ne infischiano del panta rei, e non si curano di immortalare fotogrammi del flusso, ma che vorrebbero strappare l’immortalità a quel flusso, senza sosta né senso… DIAPOSITIVE D’IMMORTALITÀ,
appunto! Per farlo, però, occorre un agguato, appostati in una selva oscura/ ai bordi di una radura della vita, per cogliere l’istante, metaforicamente-metafisicamente, preciso in cui il sasso affogando, senza morire, nel gorgo, si separa dai cerchi che ha generato.
Già, il sasso scompare,
ma da qualche parte continua pur sempre ad esistere. Come l’anima/o, separandosi dai cerchi sempre più grandi che ogni giorno avvolgono gli umani simulacri, corpi materiali cui gli antichi greci, come oracoli di beffarda preveggenza, affibbiarono il nome di “soma”. Nella sua raccolta (settanta componimenti
poetici) Alberto Figliolia, stramaledettissimo poeta, trasporta quel peso con evidente sofferenza, che spesso si traduce in rabbiosa insofferenza, quando il suo viaggio punta deciso all’abisso, cercando quel dove finisce per sempre il sasso-animo umano.
Ci vuole coraggio. Tuffandosi nelle profondità
dove il buio disorienta e l’angoscia spezza il respiro e fa esplodere il cuore. Sempre più giù, alla soglia di quel inferno che c’è al fondo di ogni animo umano. Eccezione alla stragrande maggioranza di chi, invece, spende la vita a costruirvi sopra ed accuratamente levigare le superfici di pietre tombali.
Il Nostro è poeta dell’io nascosto, represso e negato, pubblico ministero e severo inquisitore di tutti coloro che mentono a tutti, in primo luogo a se stessi.
Alberto Figliolia è di quelli che aprono sempre la finestra sbagliata (Finestre cieche, serrande calate, in “Passeggio”), quella che, per
nostra comodità e vigliaccheria, dovrebbe rimaner sempre chiusa, poiché si potrebbe vederci, trovarci, cose che, come il mito ammonisce, voltandosi indietro a guardare si rimane una statua di sale (Statue bibliche di sale nelle portinerie delle case popolari, ancora in “Passeggio”).
Ci vuole anche
coraggio, dicevamo, e un fluire e rifluire del verso assolutamente libero, per muoversi nell’apnea più profonda, trasformando la poesia in una sorta di “ecoscandaglio” che perlustra con bagliori di una luce fredda e spietata i fondali inquietanti dell’animo umano, dove non arriva la luce, e che il mare della
vita seppellisce sotto silenzio.
Emblematico, della zona oscura dove Il Poeta incita a spingerci, è quel verso in cui la mente/ ripiegata su se stessa/ ricavandone/ con solitaria e imperfetta consolazione/ monotonia e novella disperazione, che conchiude, in “Oggi il Sole mi trafigge”, il gioco drammatico
e insistito dell’estenuante contrasto dei sentimenti, che è una delle fonti d’ispirazione più sentita da Figliolia, e che gli fa definire anche l’amore come ardore e rancore/ scommessa d’insoluto/ o presagire, in “La modella”, che la tua pelle sarà il mio sudario, e parlare di donne prese/ senza averle e ancora
in “Le mani” i tuoi seni sono armonia mozartiana /le tue curve un ritaglio dall’infinito/ tu sei/ perfetta/ magnifica/ bellissima/ tu sei/ puttana.
Poesia che si fa cruda denuncia, con “L’Invidia”, Sublime e nefasta/ l’invidia mi rode/ l’invidia che erose/ il cuore di Erode/ L’invidia, della mia vita/ il motore
e tragico senso di smarrimento: Siamo tutti artefici/ o carnefici? Oppure Io urlo urlo urlo/ e più non mi sento. Unica effimera consolazione? Nevica, finalmente/ Neve, purifica il mondo…/ Neve, cancella le tracce dell’arbitrio, le orme dell’iniquità, i passi/dell’ingiustizia e del torto/ dal nostro povero mondo…
Nemmeno quella, basta: Neve bianca, rossa e gialla/ Neve radioattiva.
Si accarezza il nichilismo? Il viaggio è finito? Tragicamente, il nostro poeta non più riemerge dall’abisso in cui si è immerso e si perde nel vuoto del nulla? È presto per dirlo. Il viaggio continua. Diviso in cinque segmenti –
Diapositive d’Immortalità, che dà il titolo all’intera raccolta, Commozioni Cerebrali, Io Urlo, Sortiflorilegio e Singin’ in the pain – incoerenti tra loro per dimensione, speculari all’affanno di una ricerca suprema.
La poetica del Figliolia assomiglia ad un fiume ipogeo che si inabissa rimandando
alla superficie echi di correnti lontane, richiami al simbolismo francese, decadentismo italiano, all’ermetismo ungarettiano, con una lingua in cui emergono stilemi danteschi (la selva oscura), ma anche espliciti riferimenti a Leopardi (come la siepe dell’ermo colle) o Pavese (la morte c’è e non si vede/ pur
avendo i nostri volti), e l’uso insistito di assonanze (verbali) e dissonanze (morali) come espressione di indecenti contiguità, della confusione-truffa del vivere attuale.
E ancora, endiadi ad effetto (angeli dannati), e costruzioni anaforiche con l’iterazione dei complementi di stato e di luogo, come
nella splendida “Athinai” (… intanto il pianeta marciva/ sulle spiagge…/ in un mercato…/ nelle foglie…/ in una chiesa…/ nelle lagune…/ in un deserto…/nelle sabbie mobili…/ su un’isola…/ in un coro…/in un traghetto…/in una prostituta…/ in un aereo…/ in un vento…/ nelle righe…/ nelle rughe…), che rimanda ad atmosfere
all’apparenza inconciliabili, come dire, tra Prévert e D’Annunzio (La pioggia nel pineto e La sera fiesolana).
Insomma, quel poco di tutto che è la caratteristica da cui scaturisce una forma e una forza espressiva assolutamente originale. Di certo, Alberto Figliolia, tende l’orecchio, e da molto lontano
il sommo Omero gli tende la mano, di sicuro c’è Ulisse che lo accompagna nel viaggio verso le profondità più buie dell’animo umano, d’altra parte non fu proprio Odisseo il primo a discendere all’Ade per interrogare l’indovino Tiresia sul proprio destino? Ulisse che in “Athinai” diventa esplicito compagno, con voci
dolorose dall’isola di Ulisse…, simbolo di un “archè” completamente tradito dai postmillennari esiti corrotti: Ad Atene provai a fissare la mia esistenza/ mentre il Partendone scoloriva/ alle idee di viaggi marini, ovvero la marmorea solidità che si confonde e si perde nell’avventura verso l’ignoto, fino a che persi
il tempo/ di una slot machine finendo ad osservare/ il denaro fluire nelle vene di un texano arrogante.
È dunque qui, e così, che svaniscono i cerchi nell’acqua del poeta bambino? E il sasso pesante, anima, senso, pensiero, è andato perduto per sempre? Così sembra dire “La Sfinge”: Ossa spolpate giacciono/ai
piedi della mia divina indolenza… Le ossa di chi ha provato a risolvere l’enigma, che resiste, e persiste insoluto? Accarezza il nihilismo, Figliolia, lo accarezza, ma non lo coglie!
Perché ne “Il cuore pulsante del padre”, la più tremendamente onirica e brutale, bellissima, cruenta, delle sue poesie, in cui
un norcino/ dottore gli consegna il cuore ancora pulsante del padre appena morto, si risolve il mistero angosciante del pellegrinaggio nella dolente contraddizione di una vita che ha nel suo DNA la morte, e si dispiega, finalmente, il senso: Pulsava, il suo cuore pulsava di memorie…/ e m’incamminai sul viale del ritorno,
fra due ali di niente/ nell’ovatta della mente/ al paese dell’infanzia e dei sogni/ lungo una strada settembrina/il crepuscolo eterno nell’anima inquieta e dolente/ Con me soltanto il cuore pulsante del padre.
Allora, è Memoria, il nome di quel sasso che anche tu, amico lettore-viaggiatore, qualche volta da
bambino hai gettato nell’acqua. Quel sasso e quel senso che va ritrovato e conservato, in memoria e ad onore di chi ci ha preceduto. Alberto Alfonso Maria Figliolia si conferma Poeta d’ispirazione potente e il suo DIAPOSITIVE D’IMMORTALITÀ è un libro di genere nuovo: poesia che denuncia e non rinuncia. È un libro che
aiuta a ritrovare il coraggio di guardarsi dentro.
Werther Pedrazzi
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Diapositive d'immortalità
Diapositive d’immortalità in Andalusia ho scorto e scorso mentre un’insegnante bambina a ruota libera senza libri di testo o di sterminio spiegava i miseri arroganti misteri del cuore
e come la nevrosi fosse l’estrema forma d’amore con gli arabeschi e le grottesche del tempo che si svolge senza ritegno o pudore
e Federico rinasceva dalla sua stupida e trepida fucilazione con la madre al seno piangente delle cinque della sera i capelli a inondarle il corpo
della luce corvina della Alhambra
In quell’istante tutto si è bloccato anche il sogno che non conoscevo e sorgeva dalle tombe e un coro d’angeli dannati ha suonato buccine e trombe
Poi il risveglio mentre bussa alle porte l’atmosfera rutilante, tamburellante di un novembre
azzurro, ballerino e canzonatorio

Oggi il sole mi trafigge
Oggi il sole mi trafigge coi raggi impietosi dei ricordi L’aria è tempo sospeso di neuroni atomizzati Vorrei ballare la mia musica che risuona da una radio lontana ma non so più dei miei passi e mi limito a osservare la mente
ripiegata su se stessa ricavandone con solitaria e imperfetta consolazione monotona e novella disperazione

La Sfinge
In una piana ch’era antico mare crudel presenza io sto adagiata a misurare l’entità del Bene e del Male e non mi lagno né mi dolgo delle ferite da cui il sale eterno mai dispare. Il mio corpo è porpora sanguigna, il volto quello di vampiro,
leonino e femminino nell’attesa del nemico vincitore che verrà e io non so. Ossa spolpate giacciono ai piedi della mia divina indolenza e per la mia vista infinite barche son naufragate agli scogli taglienti della livida notte o nel menzognero dominio del giorno. Io accolgo nelle
grotte del mio cuore il muto volo di neri e paurosi pipistrelli, il fruscio a rimbalzare nella coscienza ottusa. Il mio sguardo è fuoco fatuo e ferale a chi era e a chi ancora non sa che sarà e il sangue pulsa e ripulsa come atarassici nembi in cieli solforosi d’altri pianeti,
le mie vocali mormorio d’enigma e d’ombre, vizzo il sorriso e ghiaccio ardente che spalanca le porte alla vostra morte.

Il battesimo del Centauro
Fremono le narici crudeli nell’aria sporca dell’alba, come tenebre i capelli e i peli, e scalpitano gli zoccoli sull’erba rorida di rugiada, e intorno si desta e distende l’Arcadia, profumo di fiori selvaggi e aromi di morte
nell’idea di vita eterna. Scintillano il marmo e il legno nei rimbombi dai templi remoti; sibili e sentenze risuonano; sogni, visioni e fumi si levano da antri di maghi e Sibille mentre il profeta impone le mani versando l’acqua della fonte - dove il fauno prese le ninfe
in amplessi violenti e voluttuosi - sul petto, il volto e la fronte della metà umana, sul dorso e le zampe della metà equina: il Centauro trema di piacere piange ride prega e nitrisce nell’abbandonare i vecchi dei per il solo nume e l’antico mondo per l’ignoto. Oltre, la prateria
s’alterna ai monti boscosi e altre creature pascolano, razziano e meditano sul silenzio terso del giorno che cadrà dal cielo
e il Centauro dopo il battesimo e la novella fede sogna ancora d’incoccare la freccia per abbattere il nemico e corse sfrenate, ebbre danze, amori brutali
in penombre morbide e sussurranti.
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Athinai
Ad Atene provai a fissare la mia esistenza con un messaggio in una bottiglia mentre il Partenone scoloriva alle idee di viaggi marini. Nelle strade fumose e assolate bancarelle di odori e spugne intrise di peccato, alla stazione di treni silenti e perplessi
due turiste senza tempo e altre lingue
e io facevo l’amore nella stanza scrostata di una pensione antica. Poi ho girato le pagine di fumetti socratici e sfere di futuro mi hanno allagato l’anima con voci dolorose dall’isola di Ulisse: giocavo a scacchi con un esule franco-balcanico e le sue
teorie di fisica nucleare e Big Bang: vincevo, perdevo e ogni pezzo ceduto o preso un morto si levava da tombe minoiche e un vivo lo sostituiva. Così, facendo la conta, persi il tempo di una slot machine finendo ad osservare il denaro fluire nelle vene di un texano arrogante
intanto il pianeta
marciva sulle spiagge d’oltreoceano in un mercato di passioni avariate nelle foglie di un albero di Cartagena in una chiesa coloniale arsa di sale nelle lagune di un Algarve solitario in un deserto di cactus rossi e pietre verdi nelle sabbie mobili di occhi di amanti su un’isola mai rinvenuta
in un coro di uccelli di porto al tramonto in un traghetto sul Tago all’orizzonte svanito in una prostituta dal sorriso angelicato in un aereo che vola sopra ghiacci eterni in un vento alieno che muore nel cuore su una panchina con un amico perduto nelle rughe della mia età ignota nelle righe di un
libro mai scritto e per questo troppo scritto
Ad Atene provai a fissare la mia esistenza con un messaggio in una bottiglia mentre il Partenone scoloriva...
L’ho raccolto ora e letto
e non so
io sono dove più non sono

L’invidia
Sublime, nefasta, l’invidia mi rode, l’invidia che erose il cuore di Erode alla ricerca assassina del Messia Bambino. L’invidia, malevola rosa: nera, le sue sterili e brutali spine mi lacerano il cuore ù
con silenzioso fragore. L’invidia, della mia vita il motore

I 103 figli di Murat III (e 7 in attesa)
Noi siamo i 103 figli di Murat III: volti perduti nell’occaso, voci nelle onde del Bosforo, sangue sulle spade dei discendenti di Dracul. Progenie di schiave e di mogli, figli immaginari d’eunuchi, soffiamo i nostri nomi sui minareti
e il mausoleo di chi ci consegnò senza saperlo alla vita e all’oblio, fratelli della notte nera e odorosa. Noi siamo i 103 figli di Murat III: cenere dispersa su lande battute dal vento, fango d’atavici laghi, erba di steppe sterminate, spuma di flutti sulle navi di legno di eroi eponimi, melograno
illuminato dall’alba, lordura nei vicoli e guaiti di cani randagi, veleno nella coppa, pugnale nell’ombra. Noi siamo grani di sabbia del deserto rovente, eredi con eredi nell’abisso del tempo, pozzi disseccati, isole di sale nel mezzo del mare, castello indifeso e oasi di desiderio, montagne di lupi,
passi sul sentiero, templi in rovina e cieli roventi, foglie luminose, nubi mutanti e pensose, mezzelune ardenti, gridi di battaglia, sospiri di passione, tragedia della storia, passeggeri senza memoria, Costantinopoli e Istanbul, pirati e sovrani, palla di cannone e polvere di rose, eroi e vigliacchi,
poeti e assassini, ubriachi e mistici. Noi, i 103 figli di Murat III, il Sultano benevolo, barbuto e filosofo, il primo amante dell’Impero per la gloria divina: da lui amati, riconosciuti o mai veduti, i voluti e non voluti, il caso beffardo dei suoi lombi, scacciati o allevati anche noi alla morte di un
giorno. Noi siamo i 103 figli di Murat III: volti perduti nell’occaso, voci nelle onde del Bosforo...
e di noi non resta che questo
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