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Le diciassette sillabe diventano un modo di pensare, di porsi davanti al quotidiano della casa, all’eccezionalità del viaggio, alla storia drammatica del novecento. Essere “haijin”(colui che compone haiku, sia uomo che donna) è un esercizio di rigore stilistico e morale: la scelta dell’estrema sintesi costringe il pensiero all’essenzialità, all’eliminazione del superfluo e ostentato.
Siamo tutti abituati alla fretta dei messaggi sui cellulari: l’haiku, oggi, può diventare un “sms” compiuto, profondo, che ci induce alla pausa riflessiva. Il pericolo della ripetitività o superficialità è sempre in agguato, ma il vero haijin lo supera con la pratica quotidiana al silenzio meditativo, in qualunque situazione, anche all’aeroporto:
Il tempo scorre un po’meno monotono se scrivo haiku.
La sezione “Haiku in Armenia” racconta un viaggio reale, e nello stesso tempo ideale, dell’autrice in un’antica terra che ha conosciuto una ferita profonda :
Viva memoria, non ossa calcinate. Dormite qui.
Muri preziosi, monasteri, alte chiese, monti, rondini, aquile: la bellezza del paesaggio si mescola al ricordo della storia passata e alla consapevolezza del presente:
Incerte tracce di antiche memorie cerchi curioso.
Strade con buche ma cuori generosi: gente d’Armenia.
La cifra stilistica di questi haiku è la compassione, nel significato più puro della parola: lo sguardo partecipativo e commosso con cui l’autrice si pone davanti alle scoperte del viaggio. E’ lo
stesso stupore dolente che si sente nei versi dedicati ad Auschwitz, forti e cristallini. Basta il primo haiku per capire dove vuole portarci l’haijin:
E’ scudisciata La memoria di Auschwitz, nome tagliente.
Lo scandire delle sillabe è un macigno: grida e lamenti, fumo maligno, stivali lucidi, violenza gelida, vomita morti, vuoti gli occhi. Nel percorso dell’orrore, un haiku ci dice che alcune donne sopravvissute, “rane d’inverno”, sono diventate, poi, madri ; questa parola ci colpisce, alta e chiara, e permette di continuare nel percorso che arriva al finale della sezione che ha la dignità poetica
di un “poemetto” compiuto , a sé stante:
Qui non c’è pace, ma dolente memoria per sempre e sempre.
"Silenzi" è un titolo appropriato ed evocativo, che unifica le tre sezioni, fornendo la chiave di lettura per tutta la raccolta: in silenzio ci si può accostare ai luoghi ed eventi del passato, in silenzio nasce la riflessione sul presente e il quotidiano, in silenzio è possibile raggiungere la sintesi del pensiero, la perfezione delle diciassette sillabe. Per questo motivo,
Rita Tironi è una vera haijin: nei suoi haiku esistenziali, il "kigo" ( termine riguardante la natura , riferimento obbligatorio negli haiku classici) è proprio la capacità di cogliere, silenziosamente, il segreto delle cose, rimandandolo al lettore con precisione e semplicità, perché, come dice il poeta Takahamana Kyoshi:
Allo sguardo tutto è haiku.
Anna Pezzica
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