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Milano, Domenica 28 Novembre. Ore 8,36
Lo sparo risuonò fragoroso nell'aria limpida e mite di un novembre che sapeva ancora poco d'inverno, facendo sollevare tutti gli uccelli appollaiati
sui rami degli alberi del parco. Era un rituale ormai, che si consumava da quando nel 2000 era stata inaugurata la prima edizione, e si ripeteva tutti gli anni. Dopo l'inno nazionale suonato dalla banda della Marina Militare
Italiana, il colpo di cannone sulla piazza tra il Parco Sempione ed il Castello Sforzesco sanciva il via della Maratona di Milano, la quarantadue chilometri più veloce, come la definivano i molti runners venuti da tutta Italia
e dall'estero per correre sulle strade di una metropoli abituata a correre di suo.
E per la verità, nonostante alcuni segni di miglioramento, la città era ancora sofferente all'idea di dover cedere allo strappo di un appuntamento
che, al contrario, in altre realtà urbane era considerato un vero e proprio culto della propria personalità. Ma questo la diceva lunga sul cammino ancora lungo che il capoluogo lombardo doveva intraprendere per conquistare una
collocazione veramente europea ed internazionale di ampio respiro. Lo sapeva bene anche Quinton Fortune, che di maratone era un esperto e fanatico come tanti e che per hobby girava il mondo correndo dietro alla prova più
affascinante di tutta l'atletica mondiale. Ma quel giorno, per Fortune - e solo per lui - era un giorno diverso. Quel giorno avrebbe svoltato, avrebbe superato la linea di non ritorno. Perché quel giorno si sarebbe preso la
rinvincita con il mondo. Il suo mondo. Il D.J. di una radio locale, la radio che sponsorizzava la manifestazione sportiva, urlava a tutta il suo incitamento, spingendo all'applauso le migliaia di persone accorse tra il
pubblico ai lati del viale di partenza, in Foro Bonaparte. Dopo il conto alla rovescia, l'urlo liberatorio di migliaia di bocche non si era ancora esaurito che già i corridori cercavano uno spazio vitale nella tonnara che
si creava sempre pochi metri dopo la linea dello starter. Era esattamente in uno di quei momenti che Fortune aveva deciso di iniziare la sua nuova carriera. La ragazza prescelta dal destino gli stava proprio davanti, con le
braccia protese sulla schiena di chi la procedeva, cercando di farsi largo tra i diecimila e passa che l'attorniavano alla ricerca dell'asfalto per poter cominciare finalmente a far mulinare le gambe. Fortune estrasse
dall'interno di uno dei guanti, che portava sempre, l'Opinel, un coltello a serramanico comprato in Corsica l'estate precedente. Fece scattare la lama affilatissima e opacizzata per evitare di brillare alla luce ed attirare
su di sé l'attenzione. Non ebbe neanche bisogno di allungare il braccio, perché il dorso della donna era a meno di trenta centimetri di distanza. Per un attimo visualizzò il numero di pettorale della sua vittima, posto al
centro della schiena, e si accorse di un particolare che poteva anche essere significativo per lui: le ultime due cifre erano 4 e 3. Lui aveva compiuto quarantatré anni l'agosto precedente. Affondò nel riquadro di carta-stoffa
mirando quei numeri e colpendo forte... (continua)
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