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E mi spengo come luci
E mi spengo come luci d’una città attraversata da carrozze cariche di menzogne; un fiammifero
in mano non basta a cercarmi quando chi inseguo sei tu. Finestre e occhi, e giù vicoli indecenti, dove l’aria manca
e l’odore di morte s’avvicina. Arranca a fatica un uomo di cent’anni,
mani gracili che sono silenzi rotti dal pianto; vorrebbe rubare
una bicicletta poggiata a un muro di calce, vorrebbe correre indietro e ritrovarsi bambino.
E si spengono le luci in città, si chiudono gli occhi dietro le finestre, ferme le carrozze; al capolinea
una donna dimentica sé stessa
in una borsa di plastica blu.
6 ottobre 2004

Invecchierò solo cinque minuti
Io ho il tempo di viaggiare, di cercare, perché invecchierò solo cinque minuti prima di morire, per farti vedere tempi giovani e forti, senza paura di niente, nemmeno di me che t’amo.
Di me che sono fatta di carbonio, ma che voglio indossare
la mia anima migliore perché tutto non finisca immerso in un torrente destinato al mare, a confondersi con altre esistenze senz’anima addosso.
Sì, io invecchierò restando bambina, per giocare con te a nascondermi e tu a ritrovarmi per caso dentro una scatola piena di giocattoli, confusa tra le bambole più belle
e innocenti del creato.
16 marzo 2005

I miei vangeli apocrifi
Un merlo sguazza nella fontana, muovendo l’acqua in direzione del sole: piccoli diamanti in cerca d’una mano da indossare, per farsi poi acqua sulle ali d’un uccello vagabondo. Potessi scrollarmi di dosso quel nero e stendermi su lenzuola immacolate,
dove imprimere la mia ombra e i miei vangeli apocrifi: a futura memoria d’un tempo indeciso quanto basta a navigare giorni e giorni senza mai trovare approdo. Riconoscerai le mie parole fra tante, quando non ci sarò più a sussurrare poesie nelle tue orecchie di madreperla?
16 marzo 2005
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Quando il cielo si spacca io scrivo
Quando muore un poeta il cielo si spacca, la mente trabocca; appoggio al muro la mia bicicletta, siedo e traccio confini su terra inospitale. E m’assale il desiderio di parole amiche, di ciglia mosse dal vento, di pelle bruciata dal sole
che sorge la notte per non tramontare di giorno.
Quando il cielo si spacca io scrivo di te, di noi, di chi ancora non conosco; e pensieri s’aggirano come avvoltoi sopra un lauto pasto, che per gli altri è oscenità di vite spezzate, per me è vita e morte racchiuse in un cerchio d’albe immacolate.
Inutile vestirmi di salici e magnolie quando la mia casa è un metro quadro di presente; basta stringere terra tra le mani, bere acqua d’impronte dopo un temporale, sentire l’odore d’erba che cresce giù nella valle, accanto ai miei piedi nudi.
Riprendo la bicicletta e pedalo, mentre un poeta muore e un altro
nasce, oppure scrive per non morire; una curva a gomito e via, verso un abbraccio che sa di latte e fieno, e di parole amiche lasciate sopra un foglio in quel prato.
8 novembre 2004

Potessi vangare le parole
Potessi vangare le parole costruirei una collina grigia come la nuvola di Cozens, o forse un tendone da circo dove rifugiare la tristezza delle ore spente. Potessi vangare scaverei una buca per gettarmi dentro e nuotare finché morte non mi separi
da questa terra, da queste nuvole che guardano in basso senza trovare angeli; ed io, ogni angelo che trovo divento muta e vado a cercare parole all’inferno, senza ritorno. Allora ti supplico: sbrana questa mia vita cerchiata di pelle, costruita d’ossa, affinché l’urlo che sopprimo si schianti su una collina e la morte deragli
altrove da questa stanchezza ottusa.
15 giugno 2005
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