Collana: Poesia dal Mondo
Lorella De Bon
"Il sospetto di vivere"



© 2011 Albalibri Editore
ISBN: 9788889618929 - 112 pagine

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Un graffio nell’anima. Terso cristallo urlante. Un dolore non rassegnato. Il gioco mai smesso della speranza. L’arduo presente dell’esistere.

Alberto Figliolia



Lorella De Bon Nata a Belluno nel Natale 1968, sposata, mamma, lavora come impiegata presso un ente pubblico ed è laureata in Storia alla Cà Foscari di Venezia. La sua grande passione è la scrittura, assieme alla lettura. Da anni si dedica con assiduità alla stesura di versi e, recentemente, anche alla prosa. Ha partecipato a parecchi concorsi letterari, conseguendo inaspettati e incoraggianti risultati. Alcune sue poesie compaiono in raccolte antologiche di svariate case editrici. Ha curato due antologie poetiche dedicate ad Alda Merini. Scrive recensioni per il sito L’abile Traccia. Ha partecipato a lavori collettivi in prosa, spaziando dalle fiabe ai racconti ucronici, dal genere giallopoliziesco al genere intimista. Con un gruppo di amiche ha dato vita a due romanzi (EStemporanea e Malta Femmina). Con Patrizio Pacioni ha appena pubblicato “Delitti & Diletti” (Melino Nerella Editore).



E mi spengo come luci

E mi spengo come luci d’una città
attraversata da carrozze cariche
di menzogne; un fiammifero

in mano non basta a cercarmi
quando chi inseguo sei tu.
Finestre e occhi, e giù vicoli
indecenti, dove l’aria manca

e l’odore di morte s’avvicina.
Arranca a fatica un uomo di cent’anni,
mani gracili che sono silenzi rotti
dal pianto; vorrebbe rubare

una bicicletta poggiata a un muro
di calce, vorrebbe correre indietro
e ritrovarsi bambino.

E si spengono le luci in città,
si chiudono gli occhi dietro le finestre,
ferme le carrozze; al capolinea

una donna dimentica sé stessa
in una borsa di plastica blu.

6 ottobre 2004



Invecchierò solo cinque minuti

Io ho il tempo di viaggiare, di cercare,
perché invecchierò solo cinque minuti
prima di morire, per farti vedere tempi
giovani e forti, senza paura di niente,
nemmeno di me che t’amo.

Di me che sono fatta di carbonio,
ma che voglio indossare la mia anima
migliore perché tutto non finisca
immerso in un torrente destinato
al mare, a confondersi con altre
esistenze senz’anima addosso.

Sì, io invecchierò restando bambina,
per giocare con te a nascondermi
e tu a ritrovarmi per caso dentro
una scatola piena di giocattoli,
confusa tra le bambole più belle
e innocenti del creato.

16 marzo 2005



I miei vangeli apocrifi

Un merlo sguazza nella fontana,
muovendo l’acqua in direzione
del sole: piccoli diamanti in cerca
d’una mano da indossare, per farsi poi
acqua sulle ali d’un uccello vagabondo.
Potessi scrollarmi di dosso quel nero
e stendermi su lenzuola immacolate,
dove imprimere la mia ombra
e i miei vangeli apocrifi: a futura memoria
d’un tempo indeciso quanto basta a navigare
giorni e giorni senza mai trovare approdo.
Riconoscerai le mie parole fra tante,
quando non ci sarò più a sussurrare poesie
nelle tue orecchie di madreperla?

16 marzo 2005





Quando il cielo si spacca
io scrivo


Quando muore un poeta il cielo si spacca,
la mente trabocca; appoggio al muro
la mia bicicletta, siedo e traccio confini
su terra inospitale. E m’assale il desiderio
di parole amiche, di ciglia mosse dal vento,
di pelle bruciata dal sole che sorge la notte
per non tramontare di giorno.

Quando il cielo si spacca io scrivo
di te, di noi, di chi ancora non conosco;
e pensieri s’aggirano come avvoltoi
sopra un lauto pasto, che per gli altri
è oscenità di vite spezzate, per me
è vita e morte racchiuse in un cerchio
d’albe immacolate.

Inutile vestirmi di salici e magnolie
quando la mia casa è un metro quadro
di presente; basta stringere terra
tra le mani, bere acqua d’impronte
dopo un temporale, sentire l’odore
d’erba che cresce giù nella valle,
accanto ai miei piedi nudi.

Riprendo la bicicletta e pedalo,
mentre un poeta muore e un altro
nasce, oppure scrive per non morire;
una curva a gomito e via, verso
un abbraccio che sa di latte e fieno,
e di parole amiche lasciate
sopra un foglio in quel prato.

8 novembre 2004



Potessi vangare le parole

Potessi vangare le parole
costruirei una collina grigia
come la nuvola di Cozens,
o forse un tendone da circo
dove rifugiare la tristezza
delle ore spente. Potessi
vangare scaverei una buca
per gettarmi dentro e nuotare
finché morte non mi separi
da questa terra, da queste nuvole
che guardano in basso senza
trovare angeli; ed io, ogni angelo
che trovo divento muta e vado
a cercare parole all’inferno,
senza ritorno. Allora ti supplico:
sbrana questa mia vita cerchiata
di pelle, costruita d’ossa, affinché
l’urlo che sopprimo si schianti
su una collina e la morte deragli
altrove da questa stanchezza ottusa.

15 giugno 2005