|
|
Al corvo della tristezza
ho promesso i miei occhi. Sorretto da un bastone di fortuna solo e dolente vagherò come il fantasma del canto.
Il vento tra le ossa sarà la mia cetra.
Lacere le bianche vesti del vegliardo. A gente in cammino griderò i miei versi al riparo di quel che rimane degli alberi o tra le rovine.
Canterò le gesta dell’uomo stolto perché di eroi è stata orfana
la terra. E dagli occhi scavati scenderanno lacrime neri rigagnoli misti a sangue.

Carico di tristezza e infelicità
invaso dalla malinconia dell’essere di un dolore invisibile mi struggo. Di notte o quando sono solo il fiume dei perché della vita sfocia nell’oceano della morte.
Il buio della mia ignoranza m’invade. Ed è allora che vorrei le certezze dell’uomo di fede la dialettica del filosofo l’ispirazione dei poeti e un sole nella mente a illuminare la mia anima. Per non sentirmi un
esiliato al mondo un’ombra carico di dolore.

Come l’intonaco della casa
sbriciolati i ricordi dal vento degli anni portati via.
Scarna e ossuta, m’appare la casa nei suoi contorni d’abbandono mi rispecchio.
Ti saluto, oleandro in fiore!
Con la tua gioiosa presenza hai tenuto lontano sterpaglie e rovi.

Sono io
la celestiale rosa e il verme che la consumerà.
|
|
Ah, l’anima mia!
Dura come una pietra scavata come lo scoglio modellata dal dolore levigata dalla felicità.
Quante lacrime in questo cammino sul mondo di gioia e disperazione.
Strana unità di misura le lacrime.
Come il guscio d’un riccio al sole come una conchiglia sulla spiaggia si spaccherà questa pietra si sgretolerà questo scoglio sabbia di un futuro lontano dall’oceano della quiete bagnato.

Stormire d’alberi all’improvviso
Un vento capriccioso si compiace ad agitarli sotto fisse stelle nel cielo della sera. Capriccioso, come il mio errante destino. Agitato, come i miei tristi pensieri.
Fisso, come il ricordo dei miei cari morti. Cadere come una foglia ingiallita il mio ultimo addio al mondo e nella caduta raggiungere le stelle.

Acqua che scivola sulla pelle raggrinzita del tempo
ricordi diluiti nella stessa acqua dolciastra che no sa più né di dolore né di gioia. Vuota memoria, forfora d’oblio. riempito di un altro vuoto che non è vita.
Con i piedi trasformati in un bronzo verdastro, m’aggrappo a una ciocca di capelli della speranza, per non affondare. Il mio vuoto guscio rifugio delle alghe e le cozze del rimpianto.

Che ne sarà di me ?
Ho una casa senza cantina e soffitta, di robivecchi sono solo io. In quale sgabuzzino mi adageranno?
Scrivere è stato il mio destino.
A chi interesserà la mia sofferta poesia?
Chi si alzerà dal salotto o la camera da letto perché si è rammentato di un mio verso?
La porta semiaperta farà entrare il vento i fogli ingialliti sparpagliando per terra in forma di polvere separandomi da loro.
Che ne sarà della mia poesia?
In quale bancarella mi sbatteranno?
|