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La geometria del volo

AutoreLorella De Bon
ISBN9788897817246
Prezzo€ 12,00
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Lorella De Bon Nata e cresciuta a Belluno, dove a tutt’oggi risiede. Vincitrice del premio Ungaretti, autrice di poesie di grande respiro e di una prosa frizzante. Con Albalibri ha pubblicato il primo libro in versi “Il sospetto di vivere”, con lo scrittore Patrizio Pacioni ha scritto a quattro mani il libro giallo “Delitti & Diletti”. Ha curato due antologie poetiche dedicate ad Alda Merini. Il suo talento letterario è in continua crescita. 





La geometria del volo è il nuovo libro, splendidamente maturo e felicemente sconvolgente, di Lorella De Bon: un titolo che suggerisce armonia, come il fluttuare e il planare di quelle preziose e libere creature che sono gli uccelli, libere di solcare la terra, quella terra così affranta e talora, parrebbe, così priva di prospettive dato l’insensato agire umano, l’affannosa scala delle priorità (o forse sarebbe il caso di dire inutilità). 





x

Ogni crimine una ruga

sembra poco, ma non è,

e ci si mette anche il sole

a tirar fuori macchie e imperfezioni.

Lo spazio del viso è ristretto

per i crimini di una vita.

Poi, il corpo decade,

s’assottiglia o s’ingrassa,

si ripiega su se stesso 

come soldato in ritirata.


Si dovrebbe vivere con noncuranza,

che sia quel che sia, 

senza l’ansia del domani,

né il rimpianto di ieri.

Ma sempre qualcosa manca,

siamo esseri incompleti,

tragicomici e insicuri,

preoccupati di restare senza capelli

o di un vestito troppo stretto

o della felicità altrui.


Davvero troppo preoccupati

per capire che una ruga

è segno indelebile che parla

di noi più delle parole.


x

Vorrei sgusciarmi gli occhi,

nettare via la cataratta

che m’annerisce la mente.


M’intrufolo nelle tasche

di un cappotto mai messo,

ficco i piedi nella lana

di una notte senza sogni.


Mi piango tra le dita.


Vorrei sgusciarmi gli occhi,

accumulare resti sotto il tavolo

come un’ignara formica.


E quando i giorni del rancore

finiranno, fare di quei gusci

uno splendido falò 

di stelle.


x

M’infazzoletto la mano

stretta a pugno – la sinistra –

che piccina a scuola

faceva scandalo.


Non per vergogna la infazzoletto,

ma per tenere fuori il buio,

l’oltraggio, l’offesa

che da destra proviene.


Proteggo la mano – la sinistra –

che più non poggia sui banchi 

di scuola, più non stringe 

corde al salto.


Non per vergogna la proteggo,

ma per farne serra, terra

buona da seminare pazienza

e comprensione.


Ché il perdono non mi si addice,

non mi dona.



x

Un bicchiere d’acqua 

tiepida al mattino, a digiuno,

sarà questo che fa campare

fino quasi a cent’anni.


O saranno la vedovanza,

gli stenti, i patimenti,

i digiuni forzati, o forse

anche una guerra?


Il dolore è necessario

a maturare il sangue nei tini,

a farlo saporoso, profumato

e denso.


È un enorme ossario

la memoria e conviene

ubriacarsi, per scordare

un solo attimo il suo peso.


Un solo attimo di vino

saporoso, profumato e denso,

ché da domani mattina

si torna all’acqua tiepida.


Un bicchiere d’acqua tiepida 

fino quasi a cent’anni,

fino alla prossima guerra.


x

Reality tra isole e canzoni,

ma sta qui la realtà,

tra i granelli dello zucchero

di canna e la polvere

che si posa sulla pelle.


In tv dicono che la cottura

a vapore sia la migliore

e che friggere fa male

alla salute, ma io passo

il tempo in graticola.


Male mi fa il punto di fumo,

il nero che s’attacca ai nervi

scricchiolandoli, che paiono

sassi sotto le scarpe 

da schiacciare come mosche.


Devo cuocere a vapore, 

allora, regalarmi salute e pelle

tesa nel sorriso, nella paresi

facciale che solo il pianto

scioglie;


oppure, spegnere la tv, 

gettare via lo zucchero e 

tirare un sasso nell’acqua 

a contarne i cerchi

e leggere gli anni che 

restano.



x

Mia madre non è vecchia,

è un fiore di rughe,

uno stelo di note stonate,

due foglie tra il seno reciso,

radici che affondano

nelle mie mani pronte

a raccogliere i suoi capelli

e le unghie.


Mia madre non è vecchia,

è un seme,

il prossimo fiore

sul mio davanzale.











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